Diverso anche da quello di Wuhan

Coronavirus, uno studio rivela: “In Lombardia due ceppi diversi del virus”

Quello circolato nella zona di Bergamo è diverso da quello che si è diffuso nelle province di Cremona e Lodi.

Coronavirus, uno studio rivela: “In Lombardia due ceppi diversi del virus”
Cremona, 07 Luglio 2020 ore 09:46

Coronavirus, una ricerca condotta dal San Matteo di Pavia e dall’Ospedale Niguarda di Milano rivela che in Lombardia hanno circolato due ceppi diversi del virus.

Coronavirus, in Lombardia due ceppi diversi

Come riporta prima Pavia, nella nostra Regione, nelle due aree più colpite dalla pandemia, sarebbero circolati due ceppi diversi di Coronavirus. A rivelarlo, in un convegno che si è svolto all’Università di Pavia, è stato il professor Fausto Baldanti, direttore del reparto di Virologia del San Matteo. In pratica il virus circolato nella zona di Bergamo è diverso da quello che si è diffuso tra Cremona e Lodi.

Due focolai

I due virus, differenti per frequenza genetica e caratteristiche, hanno quindi generato due focolai diversi. Secondo lo studio condotto dal virologo pavese il Covid-19 circolava nella zona rossa di Codogno già dalla metà di gennaio: dagli esami effettuati sono stati, infatti, scoperti anticorpi che risalivano a quell’epoca. Ma per Baldanti: “L’immunità di gregge è ancora lontana dall’essere raggiunta. Sempre dai controlli effettuati è emerso che nella zona rossa di Codogno solo il 23 per cento della popolazione ha incontrato il virus”.

La plasmaterapia

Il prof. Raffaele Bruno, primario di Malattie Infettive, ha sottolineato che “il San Matteo ha avuto il merito di reggere l’urto della pandemia, anche nella fase più acuta, grazie allo straordinario impegno di tutto il personale, con una menzione particolare per gli infermieri. Al Policlinico ci siamo resi conto che il protocollo seguito a Wuhan da noi non funzionava: così abbiamo seguito altre strade, puntando molto sulle terapie antivirali”.

Da qui il successo della plasmaterapia. “Il ricorso al plasma iperimmune ha ridotto la mortalità dal 15% al 6%. A riconoscere il nostro lavoro è stata anche la Commissione Europea, che ci ha assegnato l’incarico di scrivere le linee guida per tutta Europa per la terapia con il plasma donato da pazienti convalescenti. Il rammarico è che in Italia solo i colleghi dell’ospedale di Mantova hanno deciso di adottare il nostro protocollo: abbiamo calcolato che se l’identica scelta fosse stata adottata in tutta Italia, probabilmente sarebbe stato possibile salvare oltre 3mila pazienti che purtroppo sono morti”.

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L’arrivo in Lombardia

Sempre secondo lo studio, infine, il virus circolato in Lombardia è diverso per sequenza genomica anche dal progenitore cinese. Si pensa che dopo essere passato da altri Paesi europei, probabilmente dalla Germania, i ceppi siano poi giunti in Lombardia. Due “figli” diversi tra loro: quello di Bergamo parrebbe essere stato più “veloce” di quello diffusosi nel Lodigiano: nel primo caso con una capacità di trasmissione da uno a 3,5 persone, mentre nel secondo caso da uno a 2 persone. Questo spiegherebbe anche perchè in Lombardia non si sia mai trovato il cosiddetto “paziente zero”: può infatti essere plausibile che non esistesse un solo paziente zero, ma più di uno.

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