SANITA' D'ECCELLENZA

Cardiologia del futuro: a Cremona il primo impianto di pacemaker atriale senza fili

Tecnologia miniaturizzata e procedura mini-invasiva: una svolta che riduce le complicanze e migliora la vita dei pazienti

Cardiologia del futuro: a Cremona il primo impianto di pacemaker atriale senza fili

L’ospedale di Cremona ha eseguito con successo il primo impianto di un pacemaker atriale senza fili, una tecnologia miniaturizzata che riduce i rischi di infezione e complicanze. Questa procedura mini-invasiva garantisce una migliore qualità di vita e tempi di recupero rapidissimi, specialmente per i pazienti più attivi.

A Cremona primo pacemaker atriale senza fili

Non ci sono fili, non ci sono cicatrici visibili, né tasche sottocutanee. C’è solo una minuscola capsula hi-tech, capace di restituire il ritmo naturale a un cuore in difficoltà. L’Ospedale di Cremona segna una tappa fondamentale nell’evoluzione della cardiologia interventistica con il primo impianto di un pacemaker atriale leadless (senza fili). Un intervento che proietta il centro lombardo nel ristretto gruppo di eccellenze italiane – appena 80 specialisti certificati su scala nazionale – in grado di padroneggiare questa tecnologia d’avanguardia.

Riportare al lavoro un cuore “stanco”

Il protagonista di questa svolta clinica è un uomo di circa 60 anni, un operaio edile che, nonostante la tempra fisica, era vittima di improvvisi e pericolosi svenimenti. La causa? Arresti sinusali. In termini semplici, il suo “motore” elettrico si spegneva a intermittenza.

“Il cuore non riusciva a generare correttamente l’impulso che regola il battito”, spiega Manuel Cerini, Responsabile della struttura di Elettrofisiologia. “Il problema era localizzato negli atri, la parte superiore del cuore, mentre la trasmissione del segnale verso i ventricoli rimaneva regolare. Per un uomo ancora attivo professionalmente, serviva una soluzione che non limitasse i movimenti e garantisse la massima affidabilità”.

Per spiegare la complessità dell’intervento, il dottor Cerini utilizza un’efficace immagine architettonica:

“Possiamo immaginare il cuore come una casa a due piani. Sopra ci sono gli atri, dove nasce il segnale elettrico; sotto i ventricoli, che pompano il sangue. In questo caso, il guasto era al “piano di sopra”, proprio dove risiede il pacemaker naturale dell’organismo. Siamo intervenuti esattamente lì, inserendo una capsula specifica direttamente nell’atrio destro”.

Addio a fili e complicanze

A differenza dei modelli tradizionali, il pacemaker leadless è una capsula miniaturizzata che elimina i punti deboli della stimolazione cardiaca classica. Non avendo elettrocateteri (i fili che collegano il dispositivo al cuore), si azzerano i rischi di rotture, spostamenti o infezioni dei cavi. Inoltre, l’assenza della “tasca” sottocutanea sotto la clavicola evita ematomi ed erosioni della pelle, un vantaggio estetico ma soprattutto funzionale per chi svolge lavori fisicamente gravosi.

Chirurgia mini-invasiva

La procedura è un esempio di chirurgia mini-invasiva d’eccellenza. Il dispositivo viene introdotto attraverso la vena femorale e posizionato nel cuore sotto guida radioscopica. L’intera operazione dura tra i 30 e i 40 minuti e viene eseguita in anestesia locale. I tempi di recupero sono sorprendenti: una sola notte di degenza e pochi giorni di riposo precauzionale prima di tornare alla vita di sempre, con un dispositivo che ha una longevità media di 10 anni (che nel caso specifico, grazie al basso utilizzo richiesto, potrebbe essere anche superiore).

Oltre alla durata, la nuova tecnologia offre garanzie per il domani. Il dispositivo è totalmente compatibile con la Risonanza Magnetica, un requisito fondamentale per pazienti che potrebbero necessitare di altri accertamenti in futuro. Inoltre, il sistema è “modulare”: se tra qualche anno dovesse sorgere un problema anche ai ventricoli, è possibile aggiungere un secondo pacemaker gemello. I due dispositivi sono in grado di “parlarsi” senza fili, coordinando il battito in totale autonomia.

Polo tecnologico di riferimento

L’introduzione di questa tecnica conferma l’Ospedale di Cremona come polo tecnologico di riferimento. Non è un traguardo per tutti: in Italia, meno di un centro su cinque tra quelli che trattano pacemaker è abilitato a questa procedura.

“Serve un training altamente specialistico, spesso effettuato all’estero come a Bruxelles”, conclude Cerini.

Un investimento in formazione che oggi permette ai pazienti del territorio di accedere alle migliori cure mondiali a pochi chilometri da casa.