OPERAZIONE MERCURIO MINING

Scoperta maxi truffa nel settore delle criptovalute, indagini anche a Cremona: sequestrati oltre 877mila euro

La Guardia di Finanza ha eseguito misure cautelari e perquisizioni in nove province italiane e in Belgio. Al centro dell’inchiesta il sistema “Hashburst”, che avrebbe promesso guadagni elevati attraverso dispositivi legati all’intelligenza artificiale

Scoperta maxi truffa nel settore delle criptovalute, indagini anche a Cremona: sequestrati oltre 877mila euro
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Anche la provincia di Cremona è coinvolta nell’inchiesta della Guardia di Finanza sul presunto sistema fraudolento “Hashburst”, che avrebbe promesso guadagni con investimenti in dispositivi per il mining di criptovalute e intelligenza artificiale. L’operazione ha interessato nove province italiane e il Belgio, con cinque persone raggiunte da misure cautelari e un sequestro preventivo di oltre 877mila euro.

Maxi truffa nel settore delle criptovalute

La provincia di Cremona è tra i territori coinvolti nell’operazione della Guardia di Finanza contro una presunta truffa legata agli investimenti in criptovalute. Nella mattinata di martedì 13 ottobre 2026, i finanzieri hanno eseguito una serie di misure cautelari, sequestri e perquisizioni nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura distrettuale di Trento, che ha portato al sequestro preventivo, anche per equivalente, di oltre 877mila euro nei confronti di due persone.

L’attività investigativa ha interessato nove province italiane, tra cui Cremona, oltre al Belgio. Il provvedimento del giudice per le indagini preliminari di Trento ha disposto misure cautelari nei confronti di cinque soggetti, mentre sono state effettuate acquisizioni documentali e perquisizioni in diverse località del territorio nazionale.

 

Inchiesta partita nel 2024

L’indagine è stata avviata nell’aprile 2024 e condotta dal Gruppo investigazione criminalità organizzata (G.I.C.O.) del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Trento.

Le operazioni sono state eseguite con il supporto del Servizio centrale investigazione criminalità organizzata (S.C.I.C.O.), del Nucleo speciale repressione frodi tecnologiche e di numerosi reparti delle Fiamme gialle. È intervenuto anche EUROJUST, l’organismo europeo di cooperazione giudiziaria.

Le misure hanno riguardato le province di Cremona, Lecco, Mantova, Milano, Monza Brianza, Pavia, Trento, Treviso e Vicenza, oltre al Belgio. Al centro dell’inchiesta c’è il presunto sistema fraudolento denominato “Hashburst”, basato sulla promozione di investimenti nel settore del cosiddetto mining di criptovalute.

Promesse di guadagni con intelligenza artificiale e Bitcoin

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli indagati, alcuni dei quali si sarebbero presentati come esperti informatici, avrebbero proposto investimenti in dispositivi elettronici descritti come innovativi, a basso impatto ambientale e basati sull’intelligenza artificiale.

L’iniziativa veniva pubblicizzata attraverso i social network e incontri organizzati in alberghi del Trentino. Per raggiungere potenziali clienti, il gruppo avrebbe inoltre sfruttato una rete di conoscenze e contatti riconducibile a un consulente finanziario locale.

Agli investitori veniva prospettata la possibilità di ottenere rendimenti attraverso l’estrazione di diverse criptovalute, tra cui Bitcoin, Ethereum, Dogecoin e Litecoin. Per acquistare ciascun dispositivo erano richiesti importi compresi tra 4mila e 30mila euro, a fronte della promessa di guadagni stimati tra 0,8 e un Bitcoin, secondo le modalità prospettate ai clienti. A garanzia degli investimenti sarebbero state utilizzate anche lettere di patronage prive di valore, emesse da una società estera.

Guadagni simulati

Gli accertamenti avrebbero permesso di ricostruire un meccanismo diverso da quello presentato ai risparmiatori. I dispositivi commercializzati, secondo gli investigatori, non sarebbero stati apparecchiature tecnologiche avanzate, ma semplici personal computer assemblati, dotati di una potenza di calcolo minima e non adeguati a svolgere le attività di mining promesse.

Anche le applicazioni e i siti internet messi a disposizione dei clienti per monitorare i presunti profitti sarebbero stati ingannevoli. Gli investitori avrebbero quindi visualizzato guadagni che non corrispondevano a un’effettiva attività di estrazione delle valute digitali.

Quando i clienti chiedevano spiegazioni per la mancata corresponsione dei rendimenti promessi, gli indagati avrebbero trasferito loro piccoli importi, pari ad alcune decine di euro, presentandoli come ricompense. I ritardi nei pagamenti sarebbero stati giustificati facendo riferimento a cambiamenti nella compagine societaria o a presunti problemi tecnici.

Il danno stimato

Il danno patrimoniale documentato attraverso le querele raccolte ammonta complessivamente a circa 877mila euro. La cifra potrebbe tuttavia essere significativamente più elevata: per il solo territorio del Trentino-Alto Adige, gli investigatori stimano un possibile danno di circa 5 milioni di euro.

Secondo l’ipotesi investigativa, lo stesso schema potrebbe essere stato replicato anche in altre regioni italiane, coinvolgendo risparmiatori, imprenditori, pensionati e liberi professionisti.

La gestione dei flussi finanziari avrebbe inoltre previsto un sistema internazionale che avrebbe reso più difficile ricostruire la destinazione del denaro. I ricavi delle vendite sarebbero stati fatturati attraverso due società di diritto inglese riconducibili agli indagati, mentre i pagamenti sarebbero confluiti su conti correnti esteri, soprattutto presso istituti bancari con sede in Belgio.

Precedenti reati

Tra le figure considerate di rilievo nell’organizzazione gli investigatori avrebbero individuato una persona originaria della Lombardia e residente in Svizzera, con precedenti per reati economico-finanziari e ritenuta in passato vicina ad ambienti di criminalità organizzata riconducibili alla ‘ndrangheta.

La stessa persona era già stata destinataria, nel giugno 2023, di una misura cautelare personale nell’ambito di un procedimento relativo a presunte frodi e all’indebita percezione di fondi collegati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).

L’inchiesta attuale punta a fare luce sull’organizzazione del presunto sistema fraudolento, sui rapporti tra i soggetti coinvolti e sui movimenti del denaro raccolto attraverso gli investimenti.

L’operazione rientra nell’attività di contrasto della Guardia di Finanza alle frodi tecnologiche e agli illeciti nel mercato finanziario digitale, con l’obiettivo di tutelare i risparmiatori.

Come precisato nel comunicato autorizzato dalla Procura della Repubblica di Trento, la responsabilità delle persone sottoposte a indagine dovrà essere accertata nel corso del procedimento. In base al principio della presunzione di innocenza, la colpevolezza potrà essere considerata definitivamente accertata soltanto in presenza di una sentenza irrevocabile di condanna.