Mattia Palazzi accuse in salsa social di presunte nuove molestie sessuali

A lanciare le infamanti accuse è una dipendente del nido comunale che ha iniziato una vera e propria crociata social contro Palazzi.

Mattia Palazzi accuse in salsa social di presunte nuove molestie sessuali
06 Aprile 2018 ore 11:55

Mattia Palazzi di nuovo nel fango dopo che si è conclusa con un’archiviazione a favore del Sindaco una vicenda di presunte molestie sessuali, in cui alcuni messaggi esibiti come prova, sono addirittura risultati contraffatti.

Mattia Palazzi nuove accuse infamanti a sfondo sessuale

Il sindaco Mattia Palazzi, nella giornata di ieri, è stato nuovamente travolto da accuse di presunte molestie sessuali. Dopo la vicenda che ha visto cadere (e archiviare dalla Procura) le accuse di Elisa Nizzoli, ex vice presidente dell’associazione culturale Mantua me genuit, in cui si accusava il primo cittadino di aver preteso favori sessuali in cambio di contributi comunali – alcuni dei messaggi portati come prova della presunta colpevolezza di Palazzi sono addirittura risultati falsi – un’altra donna che ha collaborato con il Sindaco lancia delle accuse.

Processo “social”

Lorena Buzzago, educatrice in un nido comunale della città e animatrice dell’associazione Arte e Ingegno, ha infatti lanciato una vera e propria campagna social in cui accusa frontalmente Palazzi di averla molestata. La foto del suo profilo è già una dichiarazione di guerra.

L’accusa

La donna sulla propria pagina Facebook scrive questo lungo post di denuncia: ” Dopo una riunione nel suo ufficio con dirigenti e amministratori,una volta fatti defluire mi ha chiesto di fermarmi per salutarci meglio,prima baci sulle guance poi sul collo da ambo le parti. La magistratura ne era al corrente e mi ha chiesto di raccontare il fatto. La procuratrice in un successivo interrogatorio mi ha chiesto se poteva essere un commiato.  NO. sono rimasta sospesa e mi sembrava di vivere una situazione non reale, non ho reagito. Ho chiamato un mio dirigente per raccontare il fatto, lui minimizzava poi ha capito che ero sconvolta. Non sono una ragazzina e non mi impressiono per poco,altre volte mi sono successe cose simili. Ma non nell’ufficio di un sindaco,il posto più fidato e sicuro di Mantova. Questo non è corteggiare,a me sembra abusare di un ruolo di potere. Io li rappresentavo arte e ingegno, 5 anni di giunta Sodano con 106 manifestazioni in centro e una città piena piena viva. 1000 socie da tutta Italia e lui aveva il potere di decidere dei miei sacrifici e del mio lavoro. DOVEVO DENUNCIARLO…lo so ma ho avuto paura,io sono anche una dipendente del comune. E poi pensavo di riuscire a gestire la situazione. E invece tutto è diventato esponenziale, lo faceva con altre che lo raccontavano,una giornalista della Voce mi aveva detto di dirgli di smettere di mandare messaggi a una sua amica. Poi la Nizzoli, facile giudicare le vite degli altri, cercava protezione o forse un lavoro visto la figlia a carico. Ci sono agli atti i messaggi dove le dico che lo fa con tutte. E a lui scrivo di smettere con quelle foto che è indifendibile. E le ragazze andate in gazzetta vadano dai carabinieri che non sono da sole. Ora la Cinzia Goldoni ha gli atti e queste cose diventeranno pubbliche, non sono reato.MA SONO L’ESEMPIO DI UN MONDO CHE NON VOGLIAMO CONSEGNARE ALLE NOSTRE FIGLIE. Oggi parlando con un consigliere di minoranza mi ha detto che a lui palazzi non interessa perché non è un giudice.
Io gli ho risposto che lui ha una figlia
Che io ho una figlia
Che la Cinzia ha una figlia
E PER TUTTE LE FIGLIE DOBBIAMO LOTTARE PERCHÉ UN UOMO IN UNA POSIZIONE DI POTETE NON SI PERMETTA QUESTI GESTI.
IL SINDACO DI UNA CITTÀ DEVE ESSERE IL PRIMO GARANTE DEI DIRITTI CIVILI…..PRIMO FRA TUTTI IL RISPETTO PER LE DONNE.
CIÒ CHE HO SCRITTO RISULTA TUTTO NEGLI ATTI GIUDIZIARI.”

La replica di Palazzi

Palazzi che già ha vissuto un iter del genere, si è nuovamente ritrovato a gestire una bordata di fango. L’unico commento comparso sulla sua pagina Facebook è stato: “Nella giornata di ieri sono apparsi sul social network Facebook post altamente diffamatori nei miei confronti; post riferiti a circostanze non vere, totalmente inventate. In ragione di questo gravissimo fatto, ho dato mandato ai miei avvocati di agire in mia tutela presso ogni opportuna sede giudiziaria, nessuna esclusa.”

 

Le reazioni delle altre donne di Mantova

Interessante, in questo quadro di accuse social, è stato notare come sia spaccata la reazione delle donne della città. In molte, infatti, sono andate a commentare le accuse lanciate dalla Buzzago sottolineando quanto fosse, a loro parere, poco serio usare una piazza virtuale e social per lanciare accuse così pesanti. Altre, invece, hanno manifestato il proprio sostegno. Il tenore di alcuni dei tanti commenti femminili ha però sposato la teoria che, a prescindere dalle reali responsabilità delle persone coinvolte, proprio perché le molestie sessuali sono una questione terribilmente seria, vanno trattate con il dovuto modo.

S.D.R. scrive: “Lei, cara signora, sta mettendo in ridicolo tutte le donne vittime vere di violenza. Noi, poiché ci sono anche io, abbiamo combattuto le nostre battaglie in silenzio, IN TRIBUNALE, con dignità. Ad una vera vittima di violenza importa avere giustizia e stare bene psicologicamente, l’ultima cosa a cui pensa, una vera vittima di violenza e molestie, è scrivere post su Facebook!”

L’ombra della vendetta

Lorena sostiene di non aver trovato la forza di denunciare prima le presunte molestie, che risalirebbero al 2015, perché intimidita dal potere di Palazzi, lavorando anch’essa presso il Comune. Per completezza di informazione in questo intricato quadro, qualcuno ha anche ipotizzato che dietro alla rabbia veicolata sui social della donna ci possano essere i due procedimenti disciplinari ai quali è stata sottoposta. Uno inerente l’assenza in occasione di una visita fiscale per malattia che si è già concluso, le sue giustificazioni non sono state accolte. L’altro, ancora aperto riguarderebbe un comportamento non consono tenuto con un genitore del bambino del nido. Lei si difende sostenendo che in occasione della visita mancata non è riuscita ad aprire la porta a causa della febbre alta che la costringeva a letto, nell’altro caso la starebbero perseguitando per un colloquio durato 15 minuti al posto di 20.

 

 

 

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