LA TESTIMONIANZA

Da Cremona a Trieste, si risveglia dopo 17 giorni di Covid

La prima chiamata in viva voce con la moglie: "E' stato un momento bellissimo, dopo giorni di sondino".

Da Cremona a Trieste, si risveglia dopo 17 giorni di Covid
Cremona, 08 Aprile 2020 ore 17:44

Da Cremona a Trieste: Giovanni, 42 anni, si risveglia dopo 17 giorni di Covid-19. La testimonianza che tocca il cuore.

Si risveglia dopo 17 giorni di Covid

Giovanni Zigliani è di Cremona, ha 42 anni ma, soprattutto, ha sconfitto il Coronavirus. I primi sintomi della malattia sono comparsi il 10 marzo scorso. Ricoverato nella sua città, da lì è stato successivamente trasferito alla terapia intensiva dell’ospedale Gattinara di Trieste dove è rimasto intubato per 17 giorni.

“Ero proprio stanco. Avevo sempre la febbre a 39,6. Alta. La saturazione che non teneva più. Ero proprio stanco e il fatto di andare in terapia intensiva, mi dicevo, ma sì mi addormento che sto male e mi sveglio che sto bene”.

Il padre è deceduto, il fratello ricoverato a Varese

“Il virus molto probabilmente l’ho preso da mio papà che purtroppo è deceduto. Invece mio fratello è ancora a Varese intubato e in condizioni ancora non fuori pericolo”.

Da Cremona a Trieste: il risveglio

“Io mi sveglio qui spaventato e ancora intubato. Ricordo che avevo paura a dormire perché avevo paura di smettere di respirare. Ricordo gli urti di vomito tutte le volte che cercavo di deglutire. Ricordo di dover convivere con questo fastidio che talvolta diventava dolore. Ricordo quando si faceva il liquido e gli infermieri erano costretti ad aspirare che era una delle cose più brutali che purtroppo erano costretti a fare per me”.

“Impari a conviverci”

“E poi impari a conviverci. Per cui cerchi di trovare una posizione che ti dà medio fastidio. Avevo gli occhi sempre arrossati che bruciavano. Il giorno che mi hanno estubato non so se erano più felici i medici o più felice io: è stata una vera e propria festa in terapia intensiva. La sensazione è di impotenza sul proprio corpo, sei dipendente da fili, tubi, macchine. E la cosa più naturale che è respirare non è più così naturale.

“Ho resistito per mia figlia, mia moglie e Gabriele”

Ho resistito per mia figlia, mia moglie e Gabriele che deve arrivare tra un mese. Mi sono attaccato ai valori veri. Gli operatori mi hanno confortato in ogni modo. In ogni maniera hanno cercato di assecondare tutte le mie richieste. Io volevo comunicare, ma non potevo perché avevo un tubo in gola. Hanno provato a farmi scrivere, ma io ero troppo debole e talvolta quello che scrivevo non si capiva. Sono riuscito a recuperare un foglio plastificato con le lettere e cercavo di comunicare digitando sulle lettere e spiegando le mie esigenze.

La chiamata in viva voce con la moglie

“Quando mi hanno stubato, dopo qualche tempo che ero in grado di parlare, la prima cosa che mi hanno fatto fare è stata una chiamata in viva voce con mia moglie: è stato un momento bellissimo dopo giorni di sondino. Mi hanno nutrito con del tè caldo in una siringhetta, a piccoli sorsi. Una sorta di svezzamento: come si fa coi vitellini. Una vittoria davvero per tutti!

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